Fu uno dei punti strategici della città medievale. Vi convergevano
le strade che dal quadrante orientale del territorio penetravano in Bologna,
prime fra tutte la Via Aemilia (ora Strada Maggiore) e la via S. Vitale che
porta a Ravenna.
La piazza attuale ha questo nome, perché a poca distanza si apriva
la porta delle Mura di Selenite. La struttura della porta nell'alto Medioevo
era la seguente: c'erano la porta, uno spazio libero di una ventina di metri,
il ponte romano sull'Aposa (ancora oggi in parte visibile nel percorso sotterraneo
del torrente), circa altri 36 m di via Emilia prima di incontrare la Croce,
posta all'epoca di sant'Ambrogio.
Un poco più a sud, fuori dalle mura, era rimasto un luogo di culto
già allora molto importante, perché vi erano venerate le reliquie
dei santi Vitale e Agricola e che dal 450 accoglieva anche le spoglie di san
Petronio. Si tratta del complesso oggi noto come S. Stefano. Fu a partire
dal secolo X che, ad oriente della Porta Ravegnana, dopo la crisi tardo-antica,
iniziò la ripresa urbanistica della città, ad opera del monastero
di S. Stefano.
Alla Porta Ravegnana si svolgeva un mercato che affondava le sue origini nella
notte dei tempi: era un luogo adatto in cui convergevano le strade dal territorio
e dove i contadini potevano portare le derrate eccedenti il loro fabbisogno.
Alla fine del secolo XI, mentre la città era in netta ripresa e con spinte
autonomistiche che la portarono poi alla formazione del Comune, furono costruite
presso la porta le Due Torri. Ormai non si trattava più di un luogo esterno
alle mura, bensì di un'area in piena urbanizzazione, che alla metà
del secolo XII fu inglobata nella città dalle mura dei Torresotti.
In relazione con il mercato, nel Duecento, c'era una pescheria di proprietà
della famiglia degli Asinelli e una beccheria, per la vendita delle carni bovine
ed ovine. La piazza fu aperta e definita nella sua struttura alla fine del Duecento,
dopo che il Comune acquistò gli edifici che fece poi abbattere. Nella
stessa epoca la Croce fu protetta da una cappella ricoperta di marmi pregiati,
che restò in loco fino al 1798, quando il governo francese la fece rimuovere
per motivi di traffico. I marmi romanici furono dispersi e la croce fu portata
all'interno della basilica di S. Petronio, insieme alle altre Croci ambrosiane,
rimosse nella medesima occasione. Nei pressi della Porta all'inizio del Novecento
furono messe in luce tre torri (Artenisi, Guidozagni e Riccadonna) poi abbattute
negli anni 1917-18 per far posto agli attuali edifici.
Torre degli Asinelli
Ancora non si può dire con certezza quando e da chi fu costruita. L'ipotesi
più recente, suffragata dalla datazione di mattoni del primo tronco della torre
col metodo della termo-luminescenza, colloca l'inizio della costruzione nell'ultimo
ventennio del sec. XI: un tempo di forti tensioni fra l'Impero ed il Papato,
con partigiani delle fazioni contrapposte arroccati nelle proprie torri. Si
potrebbe così ipotizzare per l'Asinelli un affidamento all'omonima famiglia,
che col placarsi delle tensioni politiche diventò un possesso di fatto, e quindi
proprietà legale. E, sempre secondo questa ipotesi, partecipando alla consorteria
nobiliare che agli inizi del secolo XII diede vita al Comune, gli Asinelli avrebbero
poi consentito la sopraelevazione della torre per una trentina di metri, per
realizzare un efficiente osservatorio sulla città e sul territorio circostante.
Una sorta di condominio, insomma, che col passare del tempo, e con il progressivo
acquisto di parti della torre da una famiglia Asinelli decisamente in declino,
avrebbe dato al Comune la piena proprietà della torre sul finire del sec. XIV.
Sondaggi e misurazioni recenti, consentono di seguire con tutta certezza le
fasi della costruzione della torre e molte delle sue vicende successive. Si
iniziò con uno scavo profondo sei metri e mezzo, che raggiunse il terreno vergine
argilloso subito consolidato con l'infissione di un gran numero di pali di legno.
Su questi fu appoggiato un blocco di ciottoli e calce di circa cinquecento metri
cubi, con una base quadrata di dieci metri di lato, pesante oltre mille tonnellate,
dal quale - a un metro e mezzo dal piano di campagna - partì il primo tronco
della torre: due pareti di mattoni e in mezzo ancora ciottoli e calce fino a
circa sessanta metri d'altezza, analogamente ad altre torri coeve. Venne, infine,
l'ulteriore sopraelevazione eseguita dal Comune, forse tutta in mattoni, fino
all'altezza attuale; sulla cima, una piattaforma di legno accolse una campana
e un braciere per le segnalazioni luminose notturne. Nella seconda metà del
Trecento, all'epoca della signoria dei Visconti di Milano, la torre fu collegata
alla vicina Garisenda, per mezzo di un corridore di legno, divenendo una fortezza
aerea che da trenta metri d'altezza sorvegliava il centro della città. Si trattò
quindi di un formidabile arnese militare per l'ordine pubblico e il controllo
politico, che andò a fuoco dopo circa mezzo secolo di vita, sul finire del Trecento.
Terremoti, fulmini, incendi e bombardamenti aerei hanno messo a dura prova l'Asinelli,
senza però riuscire a scalfirne la stabilità. Contrariamente a quanto si potrebbe
supporre, gli incendi non furono il peggior nemico della torre e neppure i terremoti.
Ben peggio erano i fulmini, che per oltre sette secoli s'accanirono sull'Asinelli,
anche con danni molto gravi, fino all'installazione del primo parafulmine nel
1824. La torre è senz'altro affidabile. Si torce in continuazione per effetto
dell'irraggiamento solare e vibra come una frusta sotto le raffiche dei venti
più forti, ma resta ancora ben salda nonostante i suoi novecento anni di vita. (Franco Bergonzoni) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II dell'Atlante storico di
Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)

Torre Garisenda
Anche se manca una precisa documentazione in proposito, si può ritenere
che la data di origine della torre Garisenda non si discosti molto da quella
della vicina torre degli Asinelli, cioè gli ultimi decenni del secolo
XI. Analoghi, infatti, sono i materiali utilizzati e simili le tecniche costruttive.
Volendo prestar fede alle più antiche cronache cittadine, che ne parlano
però quando essa aveva ormai quasi due secoli di vita, la si dovrebbe
ritenere sorta per iniziativa di Oddo e Filippo Garisendi, al loro ritorno dalla
prima crociata. Seguendo però un'ipotesi analoga a quella formulata per
la vicina torre degli Asinelli, i Garisendi potrebbero essere stati in un primo
momento gli affidatari di una torre costruita da una delle fazioni presenti
in città sul finire del secolo XI, per poi divenirne possessori di fatto,
e quindi proprietari a pieno titolo. La torre, ovviamente, sorse verticale,
e raggiunse subito un'altezza di circa sessanta metri, che conservò fino
alla metà del secolo XIV, quando la sua paurosa pendenza - conseguente
a un cedimento della fondazione avvenuto probabilmente poco dopo il suo compimento
e stabilizzatosi in un breve arco di tempo - ne consigliò la scapitozzatura
per una dozzina di metri circa. Era quindi ancora drammaticamente incombente
in tutta la sua altezza originaria, e con uno strapiombo ancor maggiore dell'attuale,
quando Dante Alighieri ne trasferì l'immagine paurosa collegata a quella
del gigante Anteo in atto di chinarsi verso di lui per farlo scendere nell'abisso
della Caina. Che la torre pendesse pressappoco come oggi già verso la
metà del Trecento lo attestano due singolari testimoni: i due grandi
fori praticati sulla sua fronte meridionale come sedi per le travi principali
del corridore di collegamento all'Asinelli, costruito in età viscontea:
pur con tutte le approssimazioni del caso, quei fori si presentano oggi pressappoco
al medesimo livello; segno certo, quindi, che da almeno sei secoli la torre
non ha sensibilmente variato la sua pendenza. Nel secolo XVII la famiglia dei
Garisendi si estingue, ma la loro torre era già da quasi un secolo di
proprietà della Corporazione dei Drappieri, che la conserverà
fino alla sua soppressione in età napoleonica. Dopo alcuni passaggi di
proprietà la torre, divenuta comunale, nel 1887 viene liberata dalle
casette che le erano state addossate e risarcita, alla base, con una nuova zoccolatura
in blocchi di selenite. (Franco Bergonzoni) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II
dell'Atlante storico di Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)
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Ultimo aggiornamento: 06 02 2006