Piazza Maggiore
Tradizionale fulcro politico e luogo di incontro della comunità cittadina,
su di essa si affacciano le sedi più significative della vita pubblica
bolognese. Da sud, la basilica di S. Petronio, testimone da oltre sei secoli
dello spirito civico legato al culto del santo patrono; il Palazzo dei Notai,
sede di una corporazione tra le più incisive nelle vicende politiche
e sociali del medioevo bolognese. Da ovest, sormontato dalla torre dell'orologio,
il lungo profilo del palazzo comunale. Da est il Palazzo dei Banchi che, richiamando
l'attività dei cambiatori, mette in contatto col tradizionale fulcro
commerciale della città che si snoda nelle vie che si allungano verso
il mercato di Mezzo, il Carrobbio, il Palazzo della Mercanzia, o Foro dei Mercanti,
e il Trivio di Porta Ravennate. Il nucleo originario della Piazza Maggiore fu
la Platea Comunis aperta all'inizio del XIII secolo con la demolizione che doveva
far posto anche alla nuova sede del comune, il palazzo che dalla metà
del secolo sarà detto vetus (e poi del Podestà) per la costruzione
del novus (di Re Enzo). La piazza, sede del mercato de Platea, fu poi ampliata
a più riprese in occasione degli interventi sui palazzi pubblici prospicienti.
Dal 1390 sul lato meridionale si innalzò la sagoma imponente del "tempio
civico" di S. Petronio. L'ampiezza e la non comune cornice hanno fatto
della Piazza Maggiore la scenografia ideale per grandi manifestazioni pubbliche
e per spettacoli. (Rolando Dondarini) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II dell'Atlante
storico di Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)
San Petronio
Basilica. Nel XIV secolo gli ideali civili e religiosi del Comune bolognese
si concretizzarono nella costruzione di un tempio mirabile dedicato al santo
Patrono, quel vescovo Petronio vissuto nel V secolo, al quale la tradizione
medievale attribuiva la ricostruzione della città e la fondazione del
celebre Studio. L'occasione fu offerta dalla riconquistata libertà alla
fine del '300. I lavori iniziarono nel 1390 su progetto di Antonio di Vincenzo.
Per far spazio all'edificio furono demolite abitazioni private, torri e otto
chiese, i cui titoli passarono ad altrettante cappelle della nuova chiesa. Furono
inizialmente innalzate (1391-1401) la facciata, le prime due campate della navata
maggiore e delle due minori, le corrispondenti quattro cappelle laterali ed
i basamenti marmorei dei fianchi e della facciata. Morto Antonio di Vincenzo
(1401 o 1402), i lavori continuarono secondo il progetto con la costruzione
della terza e quarta campata e, nel 1479, con le ultime due campate. All'altezza
del presbiterio i lavori si interruppero, lasciando così incompiuta la
pianta a croce latina ideata da Antonio. La parte terminale fu conclusa solo
tra il 1653 ed il 1663 con una grande abside semicircolare. La campata antistante
ospitò il coro e l'altar maggiore. Sempre in periodo barocco furono realizzate
anche le volte ogivali, apparentemente gotiche, della navata centrale. La basilica,
orientata da nord a sud, presenta così tre navate su cui si aprono cappelle
a pianta quadrata. Nel 1518 iniziò il rivestimento marmoreo della facciata,
ideato da Giovanni di Varignana, ma i lavori furono interrotti e, nonostante
successivi progetti, mai portati a termine. Per quanto riguarda le tre porte
della facciata, la maggiore è opera mirabile di Jacopo della Quercia,
iniziata nel 1425 ed ornata sui pilastri laterali e sull'architrave con scene
del Vecchio e Nuovo Testamento. Nella lunetta, alle nobili figure della Vergine
col Bambino e di San Petronio, eseguite da Jacopo, si affianca un Sant'Ambrogio
di Domenico di Varignana. Sebbene incompiuta per la morte dello scultore senese
(1438), l'opera è una delle più alte espressioni della plastica
quattrocentesca. Le porte minori, iniziate nel 1518 su disegni di Domenico di
Varignana prima e di Ercole Seccadenari poi, furono scolpite da più artisti
con altri episodi vetero e neo testamentari. I fianchi della basilica, con ampi
finestroni a traforo gotico, sono la parte che meglio riflette l'originaria
articolazione dell'edificio e la genialità di Antonio di Vincenzo. L'interno
colpisce per la calda policromia, la luminosità quasi uniforme e l'armonia
spaziale delle pur imponenti strutture, tanto omogenee tra loro da non lasciare
intuire il lungo protrarsi del cantiere. Il ruolo di tempio civico rivestito
dalla basilica si evidenzia anche nel patronato delle ventidue cappelle, decorate
da artisti illustri ed affidate a corporazioni e famiglie emergenti nella vita
politica cittadina tra XIV e XVIII secolo. La Cappella dei Re Magi, già
Bolognini (la quarta a sinistra entrando), è l'unica che conservi la
decorazione coeva alle prime fasi edilizie di S. Petronio, con opere di Antonio
di Vincenzo, Jacopo di Paolo e Giovanni da Modena, i cui affreschi sulle pareti
sono una delle espressioni più alte della pittura tardogotica bolognese.
Dal 1798 la basilica ospita quattro croci scolpite, su colonne, che, secondo
anacronistiche leggende medievali, san Petronio e sant'Ambrogio avrebbero eretto
accanto alle porte delle mura tardoantiche di Bologna, ma che in realtà svolsero un ruolo urbanistico determinante. (Paola Poirta)
Chiese distrutte per la costruzione della basilica: S. Ambrogio, ubicata circa
dov'è ora la sagrestia di S. Petronio, per la cui costruzione fu abbattuta.
Chiesa parrocchiale, vi sorgeva accanto (in via Pignattari in angolo col vicolo
Colombina) l'antica sede del Comune. S. Croce, scomparsa, via Pignattari angolo
vicolo S. Croce ora chiuso. Chiesa parrocchiale dal 1196, appartenne ai Cavalieri
Gerosolimitani di Malta e forse ai Templari. Fu demolita per la fabbrica di
S. Petronio. Sul luogo dell'antica chiesa c'è ora la Cappella di S. Croce
(della chiesa di S. Petronio). S. Geminiano delle Scuole, si trovava nello spazio
ora occupato dalle cappelle quinta e sesta a sinistra, entrando, di S. Petronio;
era parrocchia già dalla fine del sec. XIII e fu atterrata per la costruzione
della Basilica. S. Maria dei Rustigani (o dei Rusticani), era situata contro
le Pescherie Vecchie e fu atterrata nel 1286 per l'ampliamento della piazza
Maggiore. Al suo posto venne edificata una croce con cappella e il suo titolo
passò alla prima cappella di sinistra di S. Petronio. S. Tecla dei Lambertazzi,
parrocchia atterrata per la costruzione di S. Petronio. All'inizio delle Clavature
c'era anche la chiesa di S. Tecla dei Lambertazzi oltre quella dei SS. Vito
e Modesto dei Lambertazzi, per cui la via Clavature si chiamò anche via
di S. Vito. Il dato sicuro è il seguente: gli elenchi ecclesiastici del
secolo XIV ricordano tre chiese distinte con tassazioni diverse. Sembra anche
che prima della sistemazione della piazza Maggiore, la via delle Clavature si
estendesse alquanto verso ponente su parte dell'odierna piazza. Possiamo perciò
sospettare che anche la chiesa di S. Tecla fosse ubicata in via delle Clavature
verso l'attuale gradinata di S. Petronio: di qui la necessità di demolirla. (Amedeo Benati) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II dell'Atlante storico di Bologna,
a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)
Fontana del Nettuno
Fulcro dell'omonima piazza, fu realizzata nel 1564 con l'atterramento di un
gruppo di case e di botteghe. La fontana del Nettuno, detta anche del Gigante,
fu ordinata da papa Pio IV nel marzo del 1563. Alimentata dall'acqua della sorgente
Remonda proveniente dal colle di S. Michele in Bosco, essa fu progettata, per
la parte architettonica da Tommaso Laureti, che sovraintese anche ai restauri
dei condotti di alimentazione, mentre per la parte scultorea fu eseguita da
Jean Boulogne, detto Giambologna, il quale, firmato il contratto il 20 agosto
1563, dopo alterne vicende, terminò l'opera nel gennaio del 1567. Posta su tre
gradini, la fontana s'innalza su una vasca quadrata con spezzature angolari,
ed è realizzata in macigno locale con rivestimenti esterni in marmo veronese.
A pilastro con figura centrale ed ispirata, ma con risultati di maggior unità
e compattezza, alla fontana omonima di Firenze, l'opera mostra attorno al piedistallo
centrale vari bronzi, ispirati a figure appartenenti al regno marino di Nettuno
e tutti predisposti per l'emissione dell'acqua: animano infatti l'intera fonte
con zampilli e getti d'acqua sirene, delfini, divinità ed esseri mostruosi,
distribuiti tra i catini semicircolari e gli stemmi araldici delle autorità
pontificie. In sommità tra i quattro putti abbracciati ai delfini, si erge,
armato di tridente e in atto di placare le onde, il dio Nettuno, poderosa figura
che, per la complessa posa serpentinata e per il senso di espansione nello spazio,
rappresentò il nuovo ideale di statuaria monumentale. Una recinzione in ferro
fu collocata attorno alla fontana nel 1605, quando agli angoli furono installate
quattro piccole vasche di marmo, rimaste in loco sino al 1888. Il Gigante, restaurato
negli anni 1726, 1762, 1888 e 1907, è stato sottoposto a lavori di rinforzo
nel 1945, mentre una complessa opera di risanamento riguardante l'intera fonte
è stata affrontata dal 1988 al 1990. (Davide Righini) (C. Morigi, G. Sassatelli,
J. Ortalli, F. Bocchi, Da Felsina a Bononia, vol. I dell'Atlante storico di
Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1996)
Palazzo del Comune
Il Palazzo comunale è il risultato di numerose trasformazioni, di accrescimenti
e di modifiche delle costruzioni sorte attorno ad un primo nucleo costituito
da una casa-torre e case adiacenti che il Comune comprò nel 1287 da Francesco,
figlio del celebre Accursio, e da un altro comproprietario. Il Comune, arrivato
a disporre in breve tempo di tutte le case dell'isolato, dopo averle abbattute,
eccetto la casa-torre di Accursio, costruì un edificio con un vasto ambiente
voltato e con un portico verso piazza. Sulla facciata, nel 1300, fu posta la
statua in rame di papa Bonifacio VIII, sbalzata da Manno Orefice. Dal 1336 il
palazzo divenne la residenza degli Anziani Consoli che fino a quel momento avevano
avuto sede presso i palazzi Re Enzo e Podestà. Anni dopo, nel 1350, sotto
il dominio dei Visconti, vi si insediarono il Capitano e il Vicario: a ricordo
di quel periodo rimane, tra le varie finestre del fronte meridionale, una elaborata
bifora in cotto. Ulteriori acquisizioni di case permisero estesi ampliamenti.
Venne edificata nel 1352 all'estremo spigolo a nord-ovest una torre, chiamata
il Torrone, e nel 1359 fu acquistata la Torre dei Lapi, sorta sul fianco dell'antica
Porta nuova.
Il Cardinale Legato Androino de Grimoard, nel 1365, per trasformare la residenza
in una fortezza fece costruire una cinta merlata con un camminamento a sbalzo,
intervallata da torrioni, collegando così organicamente la Torre dei
Lapi e il Torrone a sud e a ovest. Venne anche tamponato il portico su piazza
e scavato un fossato lungo l'intero perimetro. L'unico accesso era una porta
sulla piazza, protetta da un ponte levatoio. Un incendio nel 1425 distrusse
i fabbricati su piazza, a destra della porta. Fioravante Fioravanti iniziò
a formare la corte principale edificando ex novo i corpi porticati sui lati
ovest e nord. Nel 1444 sulla torre di Accursio, rialzata, fu collocato un orologio
con campane, arricchito in seguito da un carosello di statue lignee che usciva
da portelli al battere delle ore. Alla fine del Quattrocento sulla facciata
di piazza venne posto il bassorilievo della Vergine col Bambino di Niccolò
dell'Arca, in sostituzione di una immagine dipinta anni prima per commemorare
la vittoria sugli armati dei Visconti guidati da Luigi Dal Verme. Importanti
trasformazioni coincisero con il ritorno di Bologna sotto il governo della Chiesa.
Il 2 agosto 1508 venne iniziata la costruzione del Torrione nello spigolo nord-est,
all'attacco della nuova via che ristabilì la continuità dell'antica
direttrice del decumano. Venne costruito anche il corpo sul lato ovest della
corte principale, ripetendo il disegno di Fioravanti, per ospitare l'ampio scalone
a cordonata attribuito a Bramante. Lo scalone collegò due saloni posti
al disopra dell'antico ambiente voltato: al primo piano la sala detta d'Ercole
per la statua modellata nel 1518 da Alfonso Lombardi, e, al secondo piano, la
sala detta Farnese. Nel 1530 le cerimonie che precedettero l'incoronazione di
Carlo V nella Basilica di San Petronio si svolsero nella sala Farnese e nella
vicina Cappella. Altri lavori interessarono il palazzo: nel 1547 Vignola costruì
un portale, sormontato dallo stemma di Bologna retto da una coppia di leoni
rampanti, quale ingresso al Tribunale dei Massari delle Arti e dei Tribuni della
Plebe. Galeazzo Alessi disegnò il portale su piazza, così come
il finestrone a piano terra, ornato da due aquile in marmo rosso di Verona.
Alessi provvide anche alla trasformazione della Cappella Farnese e al suo accesso
monumentale con colonne e pilastri in macigno. A completamento dell'opera Prospero
Fontana eseguì nel 1562 un importante ciclo di affreschi, pesantemente
danneggiati per l'uso ad archivio del vasto ambiente imposto dal Governo Napoleonico
a partire dagli anni 1811-1812. Sempre nel Cinquecento fu compiuto l'innalzamento
dell'ala del palazzo verso il torrione d'angolo nord-est, per ricavare gli appartamenti
invernali del Legato. Al piano terra erano quelli estivi per i quali Alessi
fece il portale, l'attuale accesso della Residenza del Sindaco.(Carlo De Angelis)(C.
Morigi, G. Sassatelli, J. Ortalli, F. Bocchi, Da Felsina a Bononia, vol. I dell'Atlante
storico di Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1996)
Nel 1568 Ulisse Aldrovandi nel cortile al lato nord creò il Giardino
dei Semplici per coltivare le erbe aromatiche e medicinali e, per disporre dell'acqua
necessaria, fu costruita una cisterna sormontata da un'elaborata edicola, opera
di Francesco Morandi. Tre anni prima il Vicelegato Donato Cesi aveva fatto costruire
da Tomaso Laureti la fontana del Nettuno, al centro della piazza ottenuta dall'abbattimento
di alcuni isolati, e la "fontana vecchia", sul muro nord del palazzo.
Oltre alla residenza del Legato e all'appartamento del Gonfaloniere nel palazzo
trovavano posto gli uffici e gli archivi delle "Assunterie" preposte
all'amministrazione della città e varie magistrature. Nella parte nord
ovest vi erano il Tribunale del Torrone e le prigioni che prendevano nome dalla
antica torre. Modificando il portale su piazza, Domenico Tibaldi eresse nel
1588 una tribuna per accogliere la statua in bronzo di papa Gregorio XIII. Le
colonne binate, poste a formare una nicchia, sostenevano un timpano spezzato
con due volute affrontate (sostituite, nel secolo XIX, da un pesante timpano
curvilineo). Intorno al 1630 il Cardinale Legato Bernardino Spada promosse altri
lavori di miglioria: tra questi va ricordata la Sala Urbana, al piano secondo,
dedicata al papa Urbano VIII. Sulle pareti, su fasce sovrapposte, sono dipinti
i 188 stemmi dei legati pontifici succedutisi nel governo della città
a partire dal 1327 (rossi per i Cardinali, verdi per i Vescovi, paonazzi per
i Prelati e neri per i Dottori), sormontati dalle insegne dei Pontefici che
furono Legati in Bologna. Sono raffigurate anche le due opere pubbliche volute
dal Legato Spada: il completamento della via Urbana e il Forte Urbano a Castelfranco.
Attorno al 1661, Paolo Canali venne chiamato a ridisegnare il fronte sud del
cortile principale: un tema svolto con perizia, ma che comportò un'alterazione
nell'antica sala a piano terra dove una volta e un arco risultano tagliati per
dare spazio ad una finestra. Altri interventi nella seconda metà del
Seicento interessarono i fronti su piazza: nel 1674 il Senatore Marcello Davia
fece ristrutturare e ornare la Sala degli Anziani e a completamento il Legato
Lazzaro Pallavicini provvide al rifacimento del balcone , l'antica "Ringhiera".
Per ricordare la presa di possesso di Ferrara da parte di papa Clemente VIII,
nel 1698, venne posta tra due grandi finestroni, una lapide, ornata con affreschi
allegorici di Guido Reni. Gli affreschi ora non esistono più: resi quasi
illeggibili dalle intemperie furono eliminati nei lavori di ripresa della facciata
eseguiti da Antonio Zannoni nel 1876. Nel secolo XIX, in piena restaurazione,
il Cardinale Legato Tommaso Bernetti apportò una significativa modifica
al palazzo aprendo sul fianco nord una seconda porta. Negli anni 1874-1876 l'Ufficio
di Edilità e Arte comunale dovette adeguare il palazzo per ospitare diversi
uffici e sedi istituzionali: dovevano convivere l'Ufficio delle Tasse e dei
Dazi, la residenza del Sindaco e della Giunta, il Consiglio Provinciale, la
Segreteria generale, l'Economato, la Prefettura, gli Uffici di Edilità
e Arte, gli Uffici di Polizia ed Igiene, gli Uffici di Istruzione, l'Ufficio
di Leva e Servizi militari, la residenza della Questura, la Caserma delle Guardie
Giudiziarie, la Brigata dei Reali Carabinieri, il Regio Genio Civile, la Caserma
delle Guardie di Pubblica Sicurezza, l'Ufficio Telegrafico e l'Ufficio Centrale
della Posta. Per ospitare l'Ufficio della Posta venne modificato il corpo a
piano terra, prospettante piazza Nettuno, con una integrazione semicircolare,
sporgente sul cortile interno, su progetto di Antonio Zannoni. Tra il 1885 e
il 1887 Raffaele Faccioli intraprese un restauro, molto interpretativo, per
ottenere un fronte su piazza più ordinato, eliminando di fatto numerose
testimonianze ed elementi architettonici: modificò le finestre; demolì
il balcone degli Anziani; abbassò il coperto della cappella Farnese che
impediva alla torre dell'orologio di svettare isolata. Per rinforzare la torre
dell'orologio furono poste all'interno e all'esterno poderose catene in ferro
fucinato, e per ritrovare l'antico portico venne eliminato il muro a scarpa.
Nel 1883 si iniziò a costruire la Sala Borsa, occupando lo spazio che
aveva ospitato il Giardino dei Semplici. Per edificare fu rimossa l'edicola
del pozzo, poi trasportata nel cortile della Accademia di Belle Arti. (Nel 1934
venne eseguita la copia posta nel secondo cortile). Altri lavori negli anni
1935-36: per la sede museale delle Collezioni comunali d'arte vennero liberate
dagli uffici, al secondo piano, tutte le sale dell'appartamento invernale del
Legato e adiacenze. Durante il periodo bellico il torrione d'angolo sud-ovest
venne demolito: nella successiva ricostruzione fu completato anche il coronamento
merlato, mancante prima della distruzione. Dell'uso intensivo del palazzo si
risentono tuttora le conseguenze: a fatica si vanno ricomponendo, con interventi
onerosi, gli spazi originali: è del 1991 il consolidamento della copertura
lignea, il restauro e la ricollocazione delle pitture superstiti della Cappella
Farnese, e del 1993, all'interno di una serie di ambienti recuperati, adiacenti
alle Collezioni, l'allestimento di una sezione museale dedicata alle opere pittoriche
e grafiche di Giorgio Morandi. (Carlo De Angelis)
Madonna delle Asse, scomparsa. Cappelletta un tempo
addossata al Palazzo del Comune in via IV Novembre (già via delle Asse).
Fu costruita nel 1508 con assito e ricostruita nel 1606 in mattoni. Rinnovata
ed ampliata nel 1660, gli ultimi avanzi furono distrutti nel 1911. (Amedeo Benati)
S. Silvestro di Porta Nuova, scomparsa. Antica chiesa
parrocchiale che venne distrutta dalle fiamme nel 1293 e i cui resti furono
demoliti per la costruzione del Palazzo della Biava o d'Accursio. La cura d'anime
venne unita a S. Tecla, che da allora si chiamò dei Santi Silvestro e
Tecla di Porta Nuova. Questa, a sua volta, venne unita alla parrocchia di San
Martino delle Bollette o dei Caccianemici. (Amedeo Benati).
(C. Morigi, G. Sassatelli, J. Ortalli, F. Bocchi, Da Felsina a Bononia, vol.
I dell'Atlante storico di Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1996)
Palazzo del Podestà
Attraverso la demolizione di numerose case, all'inizio del Duecento si ricavò
lo spazio per la Curia, poi Platea Comunis, e per la costruzione della prospiciente
nuova sede degli organi del Comune, fino ad allora negli edifici presso la chiesa
di Sant'Ambrogio (attuale vicolo Colombina). Sul fronte meridionale del palazzo
si costruì il portico che apriva sulla nuova piazza. Più arretrata
fu poi innalzata la torre campanaria, detta dell'Arengo, poggiante sui quattro
archi coincidenti con l'incontro dei due sottopassaggi che tuttora attraversano
il palazzo e sormontata dalla merlatura e dalle sottostanti polifore che si
aprono sui quattro lati. Il palazzo fu detto vetus da quando, tra il 1244 e
il 1246, a nord ovest vi fu affiancato il novus, poi intitolato a Re Enzo, con
un cortile interposto coronato dalle scale e dai loggiati di accesso ai vari
vani dei due edifici; a riempire l'angolo che essi lasciavano a nord-est fu
edificato il Palatium Populi dal cui spigolo si eleva leggermente la torre del
capitano del popolo. Nella corte del Palazzo vecchio vi era una chiesa intitolata
a S. Apollinare e di proprietà dell'Abbazia di Monteveglio, che, quando
fu demolita, nel 1250, ebbe in cambio la vicina chiesa di S. Ambrogio e i materiali
edili (legname, mattoni, pietre) provenienti dalla demolizione. Nel 1484 il
palazzo del Podestà venne ampiamente ristrutturato da Aristotele Fioravanti
per volontà di Giovanni II Bentivoglio e il fronte meridionale fu arricchito
dal loggiato superiore sormontato da una fronte decorata in arenaria. (Rolando
Dondarini) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II dell'Atlante storico di Bologna,
a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)
Archiginnasio
L'edificio dal 1801 ospita la biblioteca comunale. Fu la prima sede stabile
dello Studio (Università) di Bologna, voluta da papa Pio IV allo scopo
di ridare slancio ad una risorsa essenziale per l'economia e il prestigio della
città. I lavori, avviati nel 1561, portarono alla ristrutturazione e
all'ampliamento delle scuole di S. Petronio, le aule che la Fabbriceria della
basilica cedeva in affitto ai dottori per ricavarne i fondi necessari al completamento
della basilica. Contestualmente si procedette alla demolizione delle case e
delle botteghe antistanti per conferire maggiore prospettiva alla nuova facciata.
L'intervento suscitò non poche polemiche tra i bolognesi. Infatti la
sistemazione delle nuove scuole nel luogo in cui, secondo i più ambiziosi
progetti, si sarebbe dovuta espandere la basilica di San Petronio, significava
il suo definitivo ridimensionamento. Inoltre la pesante intromissione della
Chiesa nella gestione del patrimonio della Fabbriceria di San Petronio non fu
gradita alla commissione permanente composta da laici che soprintendeva alla
costruzione della chiesa, a cui appartenevano gli stabili interessati dalla
ristrutturazione e dalle demolizioni. Alla progettazione partecipò il
vicelegato Pier Donato Cesi che sovrintese anche agli interventi urbanistici
per l'apertura della piazza antistante. La ristrutturazione interna e il prospetto
esterno furono realizzati dall'architetto Antonio Morandi detto il Terribilia,
che nelle decorazioni della facciata fece ricorso sia ad allusioni alle funzioni
dell'edificio (nelle lesene del portale, dove compaiono una mazza da bidello,
una clessidra, libri e strumenti musicali), sia ad allegorie tipiche dell'esoterismo
cinquecentesco, come nelle figure mostruose scolpite a coronamento delle finestre,
simboli del mistero e della scienza, delle falsità e delle verità,
delle deviazioni e degli ostacoli che si frappongono nel difficile ed esclusivo
cammino verso una corretta conoscenza. Anche i cartigli sulle finestre riportano
motti che invitano ad atteggiamenti e disposizioni che agevolino nel difficile
percorso verso il sapere. L'edificio si sviluppa attorno al cortile interno
a cui si accede dal portale che si apre al centro del portico di facciata di
30 arcate su cui si aprono 28 locali adibiti ad attività commerciali.
Sul cortile, quadrato e circondato da un quadriportico sormontato da un loggiato,
si apre la cappella di Santa Maria, detta dei Bulgari. Costruita dallo stesso
Antonio Morandi prima ancora della ristrutturazione delle scuole nuove, la chiesetta
fu poi arricchita alla fine del XVI secolo da un ciclo di affreschi sulla vita
della Madonna di Bartolomeo Cesi, quasi totalmente distrutta dal bombardamento
del 29 gennaio 1944. Nella cappella restaurata vengono tuttora celebrate le
esequie dei professori universitari. Le pareti, le volte e i soffitti del portico
interno, delle due scalinate, del loggiato superiore e delle aule sono adornati
da stemmi gentilizi e da memorie dedicate dagli studenti ai professori più
illustri. Al primo piano sul lato occidentale, in corrispondenza col lungo porticato
sottostante, sono allineate 10 aule comprese tra 2 aule magne poste all'estremità
di un lungo corridoio: a nord quella degli Artisti (insegnamento delle Arti
Liberali), adibita ora a sala di lettura della biblioteca; a sud quella dei
Legisti (insegnamento della Giurispridenza), detta anche dello "Stabat
Mater" in ricordo della prima dell'omonima opera di Gioacchino Rossini
qui diretta nel 1842 da Gaetano Donizetti. Dal loggiato superiore si accede
ad altre 4 aule e, al di sopra della cappella dei Bulgari, al Teatro anatomico,
l'aula destinata a dimostrazioni chirurgiche, progettata nel 1637 da Antonio
Paolucci - detto il Levanti - e interamente ricoperta da legno di abete. Anch'essa
fu gravemente danneggiata dai bombardamenti del 1944, tranne che nelle pregevoli
sculture e nei decori che adornano pareti e soffitto; l'originaria bellezza
è stata ripristinata da un attento restauro condotto da Alfredo Barbacci. (Rolando Dondarini) (F. Bocchi, Il Duecento, vol. II dell'Atlante storico di
Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1995)
Altre informazioni disponibili:
In collaborazione con:
A cura della Redazione Iperbole
- Settore Comunicazione e Rapporti con i Cittadini
- Comune di Bologna
Ultimo aggiornamento: 06 02 2006