Visibile dalle diverse strade che portano a Bologna, il santuario della Madonna
di San Luca si erge sul colle della Guardia, cosiddetto per le milizie che anticamente
vi stanziavano a difesa della città. E' il santuario più importante
nella storia civile di Bologna, fin dalle sue origini meta di un continuo flusso
di pellegrini per venerare la sacra icona della Vergine col Bambino detta di
S.Luca, immagine del tipo della Hodighitria che la leggenda vuole dipinta dall'Evangelista
e portata a Bologna da un pellegrino recatosi a Costantinopoli: in realtà
la tavola venerata, che pur rivela una prima redazione bizantina databile tra
il X e l'XI secolo, fu eseguita fra il XII e il XIII secolo da mano occidentale,
pur appartenendo a un clima culturale bizantineggiante. Il primo eremo fu edificato
per volere di Angelica di Caicle, che qui, negli ultimi decenni del XII secolo,
diede vita ad una fondazione eremitica per la quale nel 1194 fu iniziata la
costruzione della chiesa e dell'eremitorio femminile, complesso che divenne,
verso la fine del Quattrocento, monastero domenicano. Fin dagli anni di Angelica
la sacra icona fu conservata nella chiesetta, edificio più volte restaurato
nel corso del Trecento, epoca in cui iniziò ad essere denominata di S.
Luca e, ricostruito nel 1481, quando il culto dell'immagine ebbe una rigogliosa
fioritura. Dal 1433 e nella prima domenica di luglio di ogni anno - ma anche
in altre circostanze - iniziarono infatti i trasferimenti in città dell'antica
icona mentre si moltiplicavano i pellegrinaggi dei fedeli tanto che nel Seicento
si decise la costruzione del lunghissimo portico di collegamento tra la città e la chiesa.
Finanziati interamente dalla munificenza di tutte le classi cittadine, i lavori
iniziarono nel 1674, seguiti, nel 1675, dall'erezione, su disegno di Giovanni
Giacomo Monti, dell'arco Bonaccorsi, la monumentale tribuna posta davanti a
porta Saragozza e punto iniziale del percorso. Compiuto entro la fine del secolo,
il tratto in pianura, lungo 306 archi e in cui si distingue l'arco 170, con
le statue colossali della Madonna (detta Madonna Grassa) e del Bambino, modellate
da Andrea Ferreri, è ormai completamente inglobato dall'edilizia residenziale
che lo sormonta, e costeggia, per tutto il suo tragitto, da via Saragozza fino
al grandioso snodo dell'arco del Meloncello e dell'arco d'innesto del portico
della Certosa. Lo scenografico sovrappasso stradale compiuto nel 1732 su disegno
di Carlo Francesco Dotti e composto da un corpo centrale con colonne trabeate
sormontate dal fastigio, formato da due timpani sovrapposti di gusto bibienesco,
scavalca la via con un'acrobazia barocca, dando inizio alla parete più
ripida del portico. Questo tratto, che lungo 360 marchi si inerpica sul colle
è intervallato da quindici cappellette costruite dal 1639 al 1641 e adorne
di raffigurazioni dipinte (una sola ha sculture) dei Misteri del Rosario. Concluso
nel 1715 su disegno di Giovanni Antonio Conti, il portico fu ricostruito e restaurato
in alcuni tratti, nuovamente lastricati fra il 1880 e il 1895. Al termine dell'ultima
rampa si giunge al santuario, eretto nel 1723 sulla modesta chiesa del 1481,
che fu riedificata grazie ai lasciti testamentari dei cardinali Pallavicini
e Panphili, nel 1696 e completata nel 1708-1709 con la nuova cappella maggiore,
adorna di un nuovo altare barocco in marmi policromi, progettato da Giovanni
Antonio Ferri e realizzato dai marmorini Rangheri. Tuttavia lo sforzo della
nuova cappella e l'avvicinarsi del compimento dei lavori del portico evidenziarono
l'estrema povertà della chiesa del 1696 facendo sorgere il desiderio
di un nuovo tempio.
Edificato sul basamento sottolineato da paraste, sede del convento domenicano,
il santuario è esternamente contraddistinto, al di sopra del portico,
dal volume spoglio e compatto del tiburio ellittico, scandito solo da leggere
fasce e concluso, in progressivo rastremarsi, dal tamburo, dalla cupola, quindi
dalla lanterna. La semplice superficie in laterizio è infatti traforata
solo dalle essenziali finestre e dalle piccole feritoie, che rivelano la presenza
del percorso anulare e degli ambienti celati delle scalette a lumaca, nonché
delle forature per illuminare al di sopra delle cappelle minori. Il portale
d'ingresso, affiancato dalle statue di S. Luca e di S. Marco di Bernardino Cametti,
eseguite nel 1716, immette nel maestoso e solenne interno, simile a quello di
S. Luca a Roma e caratterizzato dall'impianto cruciforme circoscritto in un'ellisse,
con presbiterio a catino sporgente. Ricerca di chiarezza e di sintesi emergono
inoltre dalle separazioni degli altari trasversali dalle cappelle laterali,
scandite dalle altissime colonne usate nella loro accezione scenografica come
diaframmi, dalla saldatura delle strutture architettoniche con l'arredo liturgico
e dalla copertura quasi a baldacchino della cupola, affrescata da Giuseppe Casoli
nel 1932. La decorazione plastica è affidata a statue di Angelo Piò
e a stucchi di Antonio Borelli e Giovanni Calegari mentre sugli altari si conservano
opere di Donato Creti, di Guido Reni e di Vittorio Bigari. Sull'altare maggiore,
a cui si accede per una bella cancellata nel 1767, eseguita su disegno di P.
Loraschi, è conservata la sacra immagine, protetta da una lastra di argento
cesellata a sbalzo nel 1625 dall'orafo fiammingo Jan Jacobs, mentre nel catino
absidale si ammirano gli affreschi del Bigari. La sagrestia, con volta riccamente
decorata da Luigi Samoggia ornatista e da Alessandro Guardassoni figurinista,
conserva opere di artisti bolognesi così come la canonica, ove si può osservare inoltre il modello ligneo del santuario.
(C. Morigi, G. Sassatelli, J. Ortalli, F. Bocchi, Da Felsina a Bononia, vol.
I dell'Atlante storico di Bologna, a cura di F. Bocchi, Bologna 1996)
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A cura della Redazione Iperbole
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Ultimo aggiornamento: 06 02 2006