- Dott.ssa Desi Bruno, Garante dei diritti delle
persone private della libertà del Comune di Bologna, ormai
è trascorso tempo sufficiente da quando il Comune ha istituito
la sua figura. Qual è il suo primo bilancio?
Essendo quella del Garante una figura nuova, non sempre apprezzata,
ho riscontrato una grande difficoltà ad affermare la presenza
di un ufficio che deve riuscire ad essere imparziale, di controllo
e di verifica. Nonostante questi ostacoli però, devo dire che
il bilancio è assolutamente positivo; credo che quella seguita
dal Comune di Bologna come da altri enti territoriali sia la strada
giusta. Come dicevo, il Garante è una figura davvero nuova,
direi anche dirompente da un punto di vista “ideologico”;
infatti pur essendo conosciuta in altri paesi europei, non era mai
stata sperimentata in Italia.
Questa nuova figura del Garante dovrebbe riempire gli spazi tra l’amministrazione
penitenziaria, i detenuti e gli enti locali, nel tentativo di migliorare
attraverso una serie di azioni le condizioni di vita delle persone
che devono scontare una pena.
- Quali sono le relazioni che nel corso questi
anni ha instaurato con le altre istituzioni cittadine?
Con le realtà cittadine, a livello istituzionale e non, i rapporti
sono buoni. L’ufficio credo sia diventato punto di riferimento
per il mondo del volontariato e per gli assessorati competenti. Anche
con il consiglio comunale esiste un contatto, uno scambio costante.
Ogni semestre presento una relazione sull’attività svolta
anche per cercare di evidenziare i campi d’intervento: nel mio
compito di promozione dei diritti rientra la segnalazione delle lacune
affinché le amministrazioni competenti, sia quelle cittadine
che quelle dell’amministrazione penitenziaria, possano intervenire.
- Quali sono queste lacune?
Un esempio è quello dell’alfabetizzazione. Il carcere
di Bologna ha oltre il cinquanta per cento di presenze di cittadini
extracomunitari, l’insegnamento della lingua italiana è
quindi un’esigenza primaria. Venuta meno la disponibilità
dei cinque insegnanti che svolgevano i corsi di alfabetizzazione,
ho svolto un’attività di pressione nei confronti del
ministero dell’istruzione con l’ausilio degli assessorati
competenti e le lezioni sono potute ricominciare.
- Per quanto riguarda il rapporto con i detenuti
quali considerazioni si sente di poter fare dopo più di due
anni di incarico? I detenuti si identificano nel garante?
Sì, i detenuti fanno riferimento al Garante, a volte anche
in maniera eccessiva, ma come in tutti i rapporti bisogna prendere
reciprocamente le misure. Se i detenuti chiedono di avere un colloquio
il Garante li può incontrare in carcere solo attraverso delle
modalità concordate con la direzione. Essendo una figura non
ancora del tutto istituzionalizzata e regolata legalmente, il Garante
può accedere agli istituti di reclusione solo per mezzo di
un’autorizzazione.
Non solo i detenuti inviano delle richieste individualmente, ma pongono
delle questioni comuni attraverso i loro rappresentanti di sezione.
A mio avviso, questo è un risultato molto importante perché
significa che i detenuti cominciano a discutere tra di loro, operano
una rielaborazione collettiva della loro esperienza e dei loro problemi.
Devo dire, invece, che non sempre la direzione apprezza queste iniziative.
- Gli ostacoli a cui faceva riferimento prima,
cioè il fatto che il suo ingresso in carcere è vincolato
alla concessione di un permesso, verrebbero superati a suo avviso
con un maggior riconoscimento a livello nazionale della figura dal
Garante, anche alla luce del fatto che sono sempre più numerosi
i Comuni che manifestano interesse a seguire la strada tracciata prima
da Roma e Firenze e ora intrapresa da Bologna, Nuoro, dalla provincia
di Milano e dalla regione Lazio?
Sicuramente sì. Adesso ha ripreso il cammino il progetto di
legge sull’istituzione del Garante nazionale. Noi Garanti saremo
convocati a breve dal sottosegretario Manconi per discutere delle
nostre problematiche. Nel progetto di riforma dell’ordinamento
penitenziario di Margara è previsto il diritto di visita senza
autorizzazione: questo è molto importante perché comporta
l’opportunità di instaurare un rapporto paritario con
la direzione della Casa Circondariale, la possibilità di intervenire
in qualunque momento si verifichino delle situazioni in cui i detenuti
lamentino un’alienazione dei loro diritti. È un passaggio
fondamentale dopo la fase di sperimentazione che i Garanti territoriali
stanno vivendo.
- Il disegno di legge relativo all’istituzione
di un Garante nazionale o di un’autorità nazionale competente
in materia, già in progetto nella presente legislatura, è
stato modificato e, in data 26 settembre 2006, adottato dalla Commissione
Affari Costituzionali della Camera. Ritiene che questa volta, visto
anche l’impegno dell’Unione a riguardo, possa essere istituzionalizzato?
Ci sono le condizioni, anche se questo progetto non prevede ancora
la regolamentazione dei Garanti territoriali, cioè riguarda
solo l’istituzione del Garante nazionale, che comunque è
già un risultato importante. Questo è uno dei motivi
dell’incontro con il sottosegretario Manconi di cui ho parlato
prima: le modalità di una normativa per la figura dei Garanti
territoriali saranno uno degli oggetti di discussione.
- Invece all’opposto sappiamo che è
in via di definizione un disegno di legge regionale relativo al Garante.
Cosa può dirci a riguardo?
C’è stata la presentazione di un progetto di legge da
parte di un consigliere regionale. L’iter è partito anche
in altre Regioni, in Piemonte, in Campania e in Puglia. Non sta procedendo
con grande velocità perché purtroppo c’è
un problema di risorse di partenza. La volontà di andare avanti
da parte della Regione c’è, si tratta di strutturare
il progetto tenendo conto anche delle difficoltà economiche
degli enti territoriali.
- Perché fino ad oggi secondo lei ci sono
state delle resistenze della classe politica ad attribuire maggiori
poteri al Garante?
Credo che alla base ci sia un problema culturale e ideologico. Ad
esempio in Italia manca l’esperienza, che esiste da molto tempo
in altri paesi, della figura del difensore civico. Questo spiega anche
perché si è affrontato il percorso inverso a quello
di altri paesi europei, cioè si è partiti dalle realtà
territoriali. Esiste poi la problematica del carcere ancora inteso
come istituzione totale, che resiste nell’accettare la figura
del Garante, che come dicevamo all’inizio, ha un effetto dirompente
perché rappresenta un occhio esterno che osserva la realtà
del carcere. Ma non si deve dimenticare che questo poter “guardare”
è un modo per rendere trasparente il mondo del carcere, per
tentare di rappresentare all’esterno la realtà dell’istituzione
totale: deve essere considerato una risorsa, non una minaccia.
- Per quanto riguarda le relazioni con gli altri
Garanti presenti sul territorio italiano avete avuto modo di avviare
iniziative congiunte, dei canali di sinergia?
Sì, abbiamo dei contatti, ci siamo visti in varie occasioni,
c’è stato anche un convegno nazionale sulla figura del
garante a Milano. Abbiamo buoni rapporti; io in particolare ho un
confronto importante con la Garante di Torino e con Franco Corleone
di Firenze. La recente nomina del nuovo Garante di Roma è l’occasione
per un discorso organico su possibili azioni comuni. Sulla questione
dell’indulto ad esempio abbiamo mandato al ministro un comunicato
congiunto.
- Lei come Garante e come avvocato penalista
come giudica il testo dell’indulto recentemente approvato in
Parlamento?
Ho combattuto per l’indulto e continuo a pensare che si fosse
necessario, la sua applicazione ha infatti ridotto il grave problema
del sovraffollamento. Ad esempio dal carcere di Bologna sono uscite
350 persone. C’erano situazioni intollerabili: tre persone in
nove metri quadrati, quando il Comitato europeo contro la tortura
dice che lo spazio minimo, al di sotto del quale siamo nel campo dei
maltrattamenti, è di sette. Il numero dei detenuti è
ancora al di sopra del limite previsto dalla legge, ma almeno ci si
avvicina. Infatti, in questo periodo alcune cose stanno cambiando,
si incomincia a realizzare più attività; la direzione
è ora in condizione di far partire progetti, formazione, svago.
Certo non bisogna vedere l’indulto come una panacea, anzi ci
sono stati degli errori alla base, secondo me si sarebbe stato necessario
programmarlo meglio e accompagnarlo con una serie di iniziative legislative
ma anche di distribuzione delle risorse.
- Il numero eccessivo di detenuti è uno
dei maggiori freni allo svolgimento del trattamento di recupero, di
riabilitazione che dovrebbe essere elemento fondamentale.
Certo, è un aspetto fondamentale, ma se i numeri sono tali
per cui non si riesce ad attivarlo o lo si fa solo in parte, le persone
restano in carcere in una situazione che è di mera privazione
della libertà personale con la sofferenza aggiuntiva della
difficoltà del quotidiano, di non avere lo spazio per muoversi
e per vivere in condizioni dignitose.
- Alla luce del suo intervento alla Commissione
regionale area penale adulti, convocato dall’Assessore regionale
alle politiche sociali avvenuto il 25 settembre 2006 può spiegarci
più precisamente i problemi che hanno incontrato gli extracomunitari
beneficiari dell’indulto?
Gli extracomunitari che escono dal carcere sono costretti a un percorso
obbligato, passano per il Centro di Permanenza Temporanea oppure viene
dato loro l’ordine di allontanarsi entro 5 giorni. Ovviamente
ciò significa che il permanere oltre questo periodo diventa
automaticamente reato e di conseguenza le persone si trovano a ricominciare
quel percorso di tipo criminale che discende dal fatto di essere irregolare.
Mi riferivo anche a questo prima quando dicevo che dei provvedimenti
normativi dovevano necessariamente accompagnare l’indulto. Sarebbe
stato necessario un intervento sulla Bossi-Fini, invece probabilmente
ci troveremo da qui a qualche mese, se non cambia nulla, ad avere
di nuovo in carcere una massiccia presenza di extracomunitari.
- Secondo lei, per quanto ha avuto modo di vedere
nel territorio bolognese e regionale, è sufficiente la sinergia
che è stata attuata tra il settore pubblico e quello del privato
sociale per consentire agli indultati di essere seguiti nel loro processo
di reinserimento?
Secondo me non è stata sufficiente. In parte sicuramente per
ragioni oggettive: la distribuzione dei fondi messi a disposizione
è stata successiva al provvedimento di indulto. Sono passati
già due mesi e le borse lavoro non sono state ancora assegnate.
L’aspetto più importante su cui dovremo lavorare è
quello del percorso di accompagnamento della persona dal momento in
cui si intravede la possibilità di uscita; almeno alcuni mesi
prima occorre individuare un modo di programmarne il reinserimento
nella società. Questi percorsi guidati a mio avviso non sono
ancora sufficientemente messi a punto e questo significa che le persone
quando escono si ritrovano nella stessa situazione in cui erano prima.
- Anche gli individui soggetti a misure alternative
possono riscontrare questo genere di problemi?
Quando finisce la misura alternativa bisogna riuscire a trasformarla.
Ad esempio, nel caso in cui la persona ha trovato un lavoro deve essere
messa in condizione di mantenerlo o, per quanto riguarda i tossicodipendenti
si deve continuare il programma di recupero precedentemente avviato.
Quando le persone escono dal carcere, se non sono in qualche modo
accompagnate e guidate, se non c’è una presa in carico
della situazione dei detenuti, una volta fuori la situazione diventa
sicuramente più difficile. La recidiva è quasi sempre
legata alla mancanza di reinserimento e questo è un dato su
cui bisogna assolutamente intervenire.
- A proposito, in un intervento il sottosegretario
Manconi afferma che gli individui sottoposti a misure alternative
sono meno soggetti a recidiva, perché possono usufruire di
tutti i canali istituzionali e di quelli privati.
Certo, le difficoltà sono attenuate anche se non scompaiono.
Certamente se non c’è accompagnamento è difficile
farcela da soli. Per un migliore intervento andrebbe dettagliato l’organigramma
di tutte le possibilità esistenti, per capire quali sono le
risorse sul territorio.
- Come spesso accade nel nostro paese, l’indice
di attenzione alle tematiche del carcere registra forti picchi nei
mass media e nell’opinione pubblica in determinati momenti (spesso
legati a episodi di cronaca nera che investono il “pianeta carcere”)
seguiti da lunghi periodi in cui invece il carcere, la sua popolazione
e i problemi che l’affliggono finiscono nel dimenticatoio. Ritiene
che, dopo tanto parlare, ora che è stato approvato l’indulto
si assisterà a un calo di interesse per simili questioni?
Temo di sì. Anche se ovviamente ci sono alcuni elementi che
dovrebbero mantenere alta l’attenzione, per esempio la discussione
sul Garante nazionale, l’insediamento della commissione di riforma
del codice penale, il progetto di legge Margara per la riforma dell’ordinamento
penitenziario. Anche la questione penale dell’immigrazione:
il ministro Amato concluderà dopo sei mesi il monitoraggio
dell’attuazione della Bossi-Fini e dovrebbe proporre delle modifiche.
Spero che tutto ciò possa mantenere desto l’interesse
per la situazione del carcere, altrimenti, come è successo
con altri indulti, una volta attuato il provvedimento tutto tornerà
a tacere. La gente pensa che il carcere si riempirà di nuovo,
perchè è la normalità delle cose. Nessuno si
aspetta dei grossi mutamenti strutturali nel rapporto con l’istituzione
penale. Invece ci sono segnali che potrebbero portare davvero a revisionare
il sistema dell’esecuzione penale, almeno in parte.
- In questo senso si inserisce il nostro progetto,
e in particolare l’agenzia di comunicazione, che tra i suoi
obiettivi ha quello di mantenere alta la soglia di attenzione verso
il pianeta carcere e i suoi bisogni. È nostra convinzione che
un’adeguata politica della comunicazione possa contribuire ad
abbattere le distanze che esistono tra il mondo fuori e il mondo dentro.
Che opinione si è fatta del nostro progetto, di questa iniziativa
che stiamo attuando?
Secondo me è un’iniziativa molto importante. Il carcere
a livello di comunicazione è un settore di nicchia, non appartiene
al comune sentire, se non quando si verifica un evento negativo. Invece
si dovrebbero proporre delle storie positive, o anche storie di assoluta
normalità, perché esistono. Girando l’Italia per
presentare la figura del Garante ho visto ad esempio delle realtà
di cooperazione lavorativa che sono significative anche per l’interazione
con il territorio, per l’accettazione, per la sinergia che si
è creata. Senza voler minimizzare i dati negativi bisognerebbe
sottolineare maggiormente quelli positivi.
- Su quei dati negativi i media pongono l’accento,
invece si parla poco pratiche di reinserimento che vengono utilizzate
in Regioni, Comuni e a livello nazionale, spesso solo gli addetti
sono a conoscenza di quello che realmente avviene tutti i giorni all’interno
del carcere.
Certo, la comunicazione è importante, per creare le condizioni
di accettazione per le persone che escono dal carcere. Infatti spesso
il cittadino normale non sa neanche chi sia il detenuto, e quali percorsi
ha dovuto affrontare. Nell’immaginario collettivo il carcere
è ancora considerato solo una istituzione punitiva: non è
accettato che serva alla riabilitazione, come invece è previsto
dalla Costituzione.
A cura della Redazione Iperbole
- Settore Comunicazione e Rapporti con i Cittadini
- Comune di Bologna
Ultimo aggiornamento: 16 10 2007
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