Francesco Giardinazzo
Ritratto per tre poeti: W.C. Williams, S. Heaney, W. Stevens.
Secondo ritratto: la poesia incrostata nell'argilla della storia.

Pi˜ si scende nel suo profondo, pi˜ la terra Ë innocente e misteriosa. Il mistero e l'innocenza si perfezionano in una gemma. Della Commedia di Dante il grande poeta russo Osip Mandel'stam parlÚ in questi termini. Ora non Ë un caso che la grande ammirazione di Heaney per Mandel'stam lo abbia naturalmente condotto al poema italiano, che ha studiato con profonditý e persino tentando la traduzione di alcuni episodi (il canto di Ugolino, ad esempio), confrontandosi con esperienze analoghe come quella di Robert Lowell. Ma la ricerca si concreta sempre nella sua poesia. Dunque Ë questo bog, la torbiera stratificata di millenni che le mani indagano febbrilmente, risollevando la storia dimenticata (veramente?) di una terra dilaniata da secoli di lotte fratricide come l'Irlanda, tanto vicina per questo alla Firenze di Dante. La guerra civile che l'Italia ha conosciuto come esito tragico della pi˜ grande tragedia del secondo conflitto mondiale; ed il problema connesso, ma oggi sopito, di una "poesia civile" degna di questo nome e di questa storia. Le radici di una lingua, e la lingua poetica Ë uno strumento di saggio eccellente a riguardo, sprofondano nel remoto. Da queste radici la poesia trae alimento vitale per la propria perseveranza, la propria magmatica fluiditý. Simbolo altrettanto eloquente, il magma, consapevole di una materia che tenta di resistere e ne rimane arsa, toccando nell'incandescenza la sublimazione preziosa (ma meno duratura) del diamante. Sentiamo perciÚ, in questi termini, la vicinanza di un Luzi a Heaney (nato nella contea di Derry, nell'Irlanda del Nord, da una famiglia cattolica nel 1939). Si potrebbe parlare di una "fratellanza" nel rifiuto alla lotta di entrambi: si confronti una poesia come Presso il Bisenzio con The Strand at Lough Beg (La spiaggia di Lough Beg, da Field Work, 1979): le ombre consuntili che s'addensano attorno al poeta e gli rammentano quell'abiura trasformata in dolente testimonianza, e l'apparizione del cugino del poeta, Colum McCartney (ucciso dai Protestanti in un'imboscata), che rievoca la loro infanzia in quei luoghi. Entrambi i poeti hanno in mente la poesia delle prime battute del Purgatorio dantesco: ne sia una riprova il poemetto Station Island (1984), quando l'ombra riemerge dal bog a rimproverare duramente:

Evidentemente la storia e i suoi personaggi si aggirano concentricamente attorno a questa fossa primordiale, ne esalano e parlando riannodano il filo spezzato delle parole, concretizzano quelle che Heaney definisce nel titolo di una sua raccolta di saggi, Preoccupations (Selected Prose 1968-1978, Faber & Faber, London 1980; l'altra raccolta di saggi ha per titolo The Government of Tongue, Faber and Faber, London 1988). The sense of place (ed. cit., pp.131-149) Ë quanto di pi˜ significativo si possa produrre a riguardo. Il "senso del luogo", l'appartenenza fisica e spirituale al luogo originario Ë il filo continuo della poesia di Heaney (cosÏ ad esempio in An open letter, "A Field Day Pamphlet nƒ2, Derry, 1983, p.10:

Ma discendendo negli strati pi˜ profondi (Contini alluderebbe al "fonosimbolico"- con interessanti riscontri, qui, anche per il Pascoli che sperimentava certe percezioni "prelogiche" nel tessuto linguistico della sua poesia), Heaney distingue nettamente all'interno della lingua due dimensioni:

Il dramma di una cultura divisa fra l'annichilimento del "parlar materno", il gaelico, e l'imposizione univoca di una lingua di dominio, l'inglese, rappresenta una lacerazione ulteriore del territorio poetico, del bogland. Il quale, visto dall'alto, dalla prospettiva di chi vi si addentra, assomiglia ai "Sacchi" meravigliosi di Burri (realizzati negli anni Cinquanta, appena dopo la guerra e la detenzione dell'artista in un campo di prigionia a Hereford nel Texas - la cui ariditý sarý esplorata nei "Cretti" negli anni Settanta) , anch'essi territori liminari fra innocenza e oltraggio, ispirati da un francescanesimo che informa l'ansia di giustizia (e di perdono) di Dante, la casta grazia delle sue rime tormentate dalle tragedie di un tempo rivissuto in quel parlare "onesto"; il linguaggio come veste severa, come norma esistenziale. Si ritrovano nelle testimonianze sul santo assisiate queste frasi.

La poesia si Ë incrostata nell'argilla della storia. La tensione nella quale la materia si aggruma di vocali e consonanti, quel linguaggio inerente alla natura - come affermava Theodore Roethke, altra musa di Heaney - che attraversa questa per irrompere nelle vicende degli uomini, si condensa in un grafico melodico, in una linea, in una sutura, in un reperto: l'acre carezza del tempo che tormenta e addolcisce. Osservando gli "Essiccatoi" che a Cittý di Castello ospitano le opere di Burri, la loro nuditý essenziale di cattedrali riconsacrate dalla fatica che si fa opera, la povertý scenografica che da sempre la tragedia richiede per i suoi eventi irreversibili, quel "purificarsi della materia" di cui ha parlato nella sua musica anche Luigi Dallapiccola, o come ancora ne parla Arvo Part nella sua ultima composizione Fratres, tutto questo nell'estrema solitudine remota del bog (torbiera o "terramare") si Ë concentrato in un punto unico, buio, implacabile.


nƒ due-tre, dicembre 1995


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